RESOCONTO SEMINARIO “FATTORE UMANO E SPIRITO DI IMPRESA: CENT’ANNI DI PSICOLOGIA DEL LAVORO”

Si è tenuta a Milano, il 20 novembre scorso, una giornata di studio e di confronto sulla relazione tra impresa e fattore umano organizzata da Vittorio Tripeni e Alberto Crescentini nell’ambito delle attività di SIPLO con l’assistenza di Letizia Olivari. L’occasione era ghiotta; circa 100 anni di psicologia del lavoro in Italia e 25 anni di SIPLO.

Durante la mattinata coordinata da Cristina Origlia (giornalista del Sole24ore) si sono confrontati Cesare Kaneklin (professore onorario di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni), Giulio Sapelli (docente di Storia economica), Evelyn Kirchmaier (Direttore generale di Markas), Sonia Bertolini (e professore di Sociologia del Lavoro) e, in registrazione, Leonardo Previ (docente di Storia Economica della Cultura).

Convenzionalmente la Psicologia del Lavoro italiana nasce in dialogo con Taylor ma con un distanziamento dal fordismo e dagli sviluppi delle HR. La nascita è collegata con la psicotecnica ovvero con la psicologia applicata. Lo sforzo di studio era la misura, la scientificità e l’oggettività, laddove oggi lo sforzo è la ricerca della soggettività. L’avvicinamento degli psicologi alle fabbriche ha risposto ad un graduale interessamento delle attività produttive al valore della psicologia in attività come la selezione, la formazione, il cambiamento organizzativo.

Sono gli anni della nascita e dello sviluppo di laboratori di psicologia applicata di grande rilievo, come ad esempio in Fiat ed Olivetti.

Gli anni ’70 sono poi anni di crisi, di contestazioni che non risparmiano gli psicologi impegnati nelle fabbriche, tacciati di essere “servi del padrone”.

Gli psicologi escono dalle fabbriche, dalle organizzazioni, ma continua l’impegno verso queste e verso i lavoratori, in rappresentazioni decisamente diverse dal passato e con altre difficoltà. Se è vero oggi che c’è sempre più bisogno di psicologia, è vero anche che questi bisogni non sempre arrivano agli psicologi e non sempre è facile per gli psicologi ingaggiare le imprese e i lavoratori per trovare nuove visioni della realtà. D’altro canto non sempre è facile per le organizzazioni accettare nuovi strumenti e nuove metodologie quando riescono a lavorare usando quelle precedenti.

Il passaggio da oggettività a soggettività vuol dire anche passare dalle etichette alla relazione. Impresa e lavoro sono legati in modo inestricabile con l’uomo e alla necessità di innovare che è nell’essere umano. L’innovazione stessa è un prodotto culturale e non tecnologico e quindi pienamente compresa nella dimensione relazionale dell’impresa e del lavoro. L’attrattività di una impresa si collega con la possibilità di sviluppare dei valori solidi e riuscire a farli percepire ai futuri lavoratori che possono essere attori protagonisti per il futuro dell’organizzazione. Questi valori devono essere collegati anche con il contesto culturale nel quale ci si muove e coerenti con le aspettative favorendo un incrocio coerente tra persone e imprese.

Nel pomeriggio vi sono state due tavole rotonde. La prima coordinata da Carlo Stroscia (membro del consiglio SIPLO) e la seconda da Pie Giovanni Bresciani (presidente SIPLO). Hanno preso parte, rispettivamente, Annalisa Rolandi (Utilia), Elisa Forvi (Hogrefe),e Franco Fraccaroli (AIP), Luca Longo (Ordine Psicologi Lombardia) Christian Balducci (EAWOP).

Da chi opera sul campo è stato evidenziato che gli psicologi del lavoro sono adesso riconoscibili come professionisti in ambito lavorativo anche se il lavorare non è un dato acquisito stabile. Esistono molte possibilità di azione per gli psicologi all’interno delle organizzazioni ma ci si trova a dover costantemente difendere la professionalità specifica e le caratteristiche tecniche e deontologiche, inoltre ad accompagnare poi una competenza specialistica solida non deve mancare la capacità di entrare in una relazione di consulenza con le aziende e l’uso di un linguaggio comprensibile dalle organizzazioni. Se non si riesce a entrare in relazione con le aziende e a far comprendere il valore aggiunto che come psicologi può essere portato alle aziende è difficile che si possa creare una relazione. Non si può quindi agire con timidezza ma si deve rivendicare la propria specificità consci che la percezione degli psicologi e della psicologia all’interno delle organizzazioni non è sempre rassicurante.

Guardando al futuro, è stato evidenziato che in America la Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni è l’unica disciplina che vede una crescita prevista sia nel numero sia nella retribuzione. In Italia spesso le persone arrivano alla Psicologia del Lavoro sulla base di una necessità lavorativa più che sulla base di un progetto personale preciso. Vi sono molte parole che saranno probabilmente centrali nel futuro. In primo luogo “invecchiamento” che creerà problemi di democrazia organizzativa, poi “benessere”. Terza parola chiave sarà “sostenibilità” che trova una applicazione crescente anche nell’ambito delle risorse umane. Dovranno cambiare gli strumenti e le tecniche per rendere possibile l’aggiornamento della professione nel contesto organizzativo. Questi temi hanno ampi margini di approfondimento e di comprensione per costruire degli interventi nei quali gli psicologi potrebbero essere attori importanti. Nel crescere della domanda di psicologia presente nel mercato vi sono però dei fattori di complessità non irrilevanti. Da un lato la domanda è inconsapevole e quindi viene intercettata da chi fornisce il prodotto più semplice e direttamente comprensibile. Dall’altro lato vi è anche la necessità di costruirsi più profili professionali nel corso della carriera individuale. Questa carriera richiederà sempre di più di entrare in relazione con altre professioni e questa relazione sarà tanto più agibile quanto più ognuno sarà consapevole delle sue specificità professionali e competenze specifiche.

(a.c.)