PERSONE, LAVORO E ORGANIZZAZIONI AL TEMPO DEL COVID-19 E OLTRE

IL CONTRIBUTO SPECIFICO DELLA PSICOLOGIA DEL LAVORO – CICLO DI INTERVISTE

In una fase storica particolarmente critica come quella attuale, ci è sembrato cruciale mantenere vivi e ‘del livello necessario’ il confronto e la discussione tra le diverse esperienze e visioni (del presente e del futuro) degli psicologi del lavoro che quotidianamente, sul campo, si trovano a dover affrontare una situazione inedita, incerta, indecifrabile, ‘impensabile’.

Abbiamo deciso di farlo parlandone tra noi, anche per comunicare all’esterno, con coloro che si trovano a dover affrontare lo stesso tipo di situazione ma a partire da una prospettiva, disciplinare e professionale, di tipo diverso (operatori sanitari ad esempio; oppure esperti di tecnologie; amministratori pubblici; economisti; statistici; etc).

La modalità con la quale abbiamo deciso di affrontare questo nuovo compito è quella di offrire a questa discussione e questo confronto il contributo del vissuto e della valutazione di alcuni colleghi psicologi del lavoro, collocati in posizioni professionali diverse e che hanno maturato esperienze diverse: nelle aziende, nella pubblica amministrazione, nelle società di consulenza, nelle agenzie di formazione, nell’università, negli istituti di ricerca.

Ritenendo di fare cosa utile (e coerente con il decalogo delle parole chiave con il quale abbiamo cercato di esprimere in modo un poco ‘divergente’ la mission della SIPLO) mettendo poi a disposizione di tutti sul sito dell’associazione il testo di queste interviste.

Ringraziamo particolarmente i nostri colleghi per la disponibilità che ci hanno manifestato, ed auspichiamo che il loro contributo possa generare nuovi interventi che saremo lieti di ospitare sul sito, ma anche e soprattutto nuovi pensieri e nuove azioni, per adesso e per il dopo.

La redazione SIPLO


Intervista 4 – Franco Amore (Professional senior Direzione Sanità RFI, Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane)

1. Pensando in particolare al mondo del lavoro, quali sono a suo avviso da un lato i rischi e dall’altro, eventualmente, le opportunità (per le persone e per le organizzazioni), che si manifestano in questa difficile fase, della quale nessuno è ancora in grado di prefigurare in modo attendibile la durata e le caratteristiche?

Mi sembra necessario premettere che i contenuti delle risposte, pur considerando aspetti più generali, privilegiano le aree di attività nelle quali ho maturato l’esperienza professionale: la valutazione individuale per l’idoneità psicologica, riferita sia al personale adibito a compiti di sicurezza che ai soggetti per i quali si richiede un approfondimento psicodiagnostico nel rinnovo delle patenti di guida civili; la formazione e la valutazione relative ai rischi psicosociali negli ambienti di lavoro, in ottica invece organizzativa.

Venendo alla domanda mi sembra che molto è stato già scritto sul tema ben rappresentando la portata delle conseguenze negative in termini di recessione economica, difficoltà sociali ed aumento del disagio psichico; come per altro indicando possibili cambiamenti positivi legati al rilancio di una economia sostenibile, all’ottimizzazione delle risorse premiando la competenza. Dal mio punto di vista, per la nostra categoria, i rischi immediati sono riconducibili ad una possibile maggiore precarizzazione dei contratti professionali ed alla mancata trasformazione della presente richiesta spontanea, individuale, di servizi psicologici, in forme più strutturate e stabili, pensandole per esempio come servizi forniti all’interno di un piano di welfare aziendale. Per contro, credo che ragionare sulle opportunità significhi partire dalla considerazione che questa fase epidemica è anche divenuta, giocoforza, un ulteriore acceleratore dei cambiamenti legati alle grandi trasformazioni in atto che stabilmente moduleranno le future organizzazioni. Pensiamo ad esempio all’ingresso delle comunicazioni in 5G, alla diffusione di Internet delle cose (IoT), agli sviluppi applicativi dell’intelligenza artificiale (IA), alla prossima presenza dei robot collaborativi (COBOT), al contatto quotidiano con forme di realtà virtuale ed aumentata. Sebbene molti aspetti del lavoro futuro non sono al momento del tutto ipotizzabili, sia a causa degli di esiti della pandemia, sia per le modifiche in corso delle attività stesse, è comunque verosimile che si creeranno nuove richieste e quindi molte possibili attività a seguito delle trasformazioni tecnologiche ora indicate.


2. Tra i tanti e diversi tipi di problemi che le persone e le organizzazioni si trovano attualmente a dovere affrontare, quali sono a suo avviso quelli rispetto ai quali la psicologia del lavoro potrebbe fornire un contributo distintivo rilevante? Può indicarne almeno tre che considera prioritari? E in che modo potrebbe essere fornito dagli psicologi del lavoro tale contributo?

La domanda permette di rispondere,  se pur sinteticamente in relazione agli aspetti psicologici, ponendo l’attenzione a tre diversi ambiti: nel primo, più immediato, si palesa il disagio psichico delle persone, cittadini e lavoratori, che, come ampiamente è stato scritto, può esitare anche in forme di psicopatologia quali ad esempio disturbi di ansia o forme post traumatiche; il secondo riguarda le relazioni tra lavoratori ed organizzazione in riferimento alla trasformazione dei compiti (es. Smart working, informatizzazione avanzata); il terzo si riferisce principalmente alla direzione aziendale per il compito di progettare e guidare i cambiamenti organizzativi, preservando al contempo le condizioni di tutela della salute e sicurezza negli ambienti di lavoro. In tutti e tre gli ambiti il contributo degli psicologi mi sembra si possa chiaramente identificare. Le attività di sostegno psicologico individuale sono visibili attraverso le iniziative dell’Ordine Nazionale Psicologi, degli Ordini regionali e delle Associazioni; queste sono alcuni esempi che è bene valorizzare attraverso buone prassi condivise e diffuse ai cittadini ed ai committenti aziendali, come il documento del Ministero dell’Interno – Dipartimento della Pubblica Sicurezza – Direzione Centrale di Sanità, pubblicato sul sito del Consiglio Nazionale dell’Ordine. Rispetto al secondo si può fare un riferimento operativo alle attività di formazione ed alla collegata valutazione e gestione dei rischi psicosociali, compreso lo stress lavoro correlato, dove lo Psicologo già interviene in molte realtà di impresa, in qualità di Esperto, per affiancare le altre figure della sicurezza sul lavoro, previste per norma; vanno inoltre  citati gli interventi per migliorare la cultura della sicurezza, proprio dal punto di vista comportamentale, rivolti ai lavoratori ma anche ai responsabili, al fine di ridurre gli incidenti sul lavoro ed i quasi incidenti (near miss). Infine, per il terzo ambito, si può sottolineare l’utilità di un accompagnamento del management nelle trasformazioni aziendali.  Per quest’ultimo mi limito a segnalare la pubblicazione recente di un documento SIPLO “Proposta operativa di intervento nel cambiamento dei processi produttivi” che ben descrive le opportunità che si aprono agli psicologi in un’ottica di collaborazione con dirigenza e lavoratori. Collaborazione che si estende, in tal caso, alle diverse fasi del processo di cambiamento organizzativo, dalla considerazione dei fattori in fase progettuale alla verifica degli effetti sulla salute organizzativa.

Una sottolineatura: il sostegno psicologico, ancorché svolto in azienda per esempio attraverso gli sportelli di ascolto, rappresenta solo uno degli aspetti di possibile intervento e, a mio parere, si può maggiormente puntare alla partecipazione, certamente per gli aspetti di competenza, nella programmazione e gestione dei cambiamenti organizzativi e nella mitigazione delle eventuali, ma possibili, conseguenze sulla salute e sicurezza negli ambienti di lavoro, proprio per la particolarità del periodo che le organizzazioni stanno affrontando.


3. Se pensa al ‘dopo Coronavirus’, come lo immagina, con particolare riferimento al mondo del lavoro e delle organizzazioni: quali sono i principali cambiamenti che ritiene probabili?

Allo stato attuale delle conoscenze, richiamando quanto prima detto circa le trasformazioni dovute alle nuove tecnologie, è verosimile l’impatto su molti lavori di una accelerata ingegnerizzazione dei processi e parallelamente, negli anni a venire, un significativo ingresso di personale proveniente da paesi diversi. In tal senso le organizzazioni tenderanno ad essere più agili ma anche composite culturalmente. Questo comporterà certamente una richiesta di capacità specifiche per lo svolgimento delle nuove attività ed una necessaria grande attenzione a quelle di collaborazione tra colleghi con culture diverse. È quindi plausibile che sempre più si avrà bisogno di soggetti con alta formazione nella gestione dei processi con tecnologia avanzata e nelle comunicazioni di settore (es. legale e contenzioso, inter e intra aziendale, negoziale) quindi con padronanza dell’informatica specifica e della lingua inglese. Oltre a queste competenze tecniche saranno però necessarie anche quelle relazionali insieme alle capacità di autonomia gestionale dei compiti e delle eventuali criticità. Tutto questo apre nuovi campi che gli psicologi potranno presidiare, come ad esempio la formazione comportamentale virtuale, uscendo dall’ottica della relazione psicoterapeutica ed entrando in quella di un confronto interdisciplinare. Un punto mi sembra però certamente da sottolineare come emergente in ambito organizzativo. La valutazione psicologica individuale, il sostegno e la psicoterapia manterranno uno spazio di intervento, a causa del diffondersi delle diverse forme del disagio mentale anche nei luoghi di lavoro, ma certamente si sta aprendo un futuro dove sarà sempre più necessario l’investimento sulle risorse umane in termini di formazione, in quanto risorse da preservare poiché sempre più qualificate; inoltre il contemporaneo spostamento di attenzione che sta avvenendo nelle attività di prevenzione, dai rischi fisici a quelli psichici, maggiormente sollecita una maggiore cura del benessere psicologico del singolo e di quello collettivo negli ambienti di lavoro. Questo richiede, in un’ottica di sistema, il potenziando collaterale delle attività finalizzate alla Promozione della salute, del Benessere Organizzativo e delle iniziative di Welfare; attività che devono esser messe in grado di dialogare con il sistemo integrato di gestione della salute e sicurezza presente nell’Organizzazione.


4. Almeno fino ad ora, dal punto di vista della psicologia, che cosa le sembra insegni l’esperienza della pandemia, con particolare riferimento al mondo del lavoro (persone e organizzazioni)? Che cosa è a suo avviso possibile ed utile capitalizzare, come apprendimento per il futuro?

Questa grave esperienza mostra chiaramente, oltre la fortissima interconnessione dei sistemi produttivi e sociali e la loro parziale fragilità, per il nostro specifico anche la necessità di essere ancor più presenti come categoria professionale qualificata per la gestione di aspetti di promozione della salute e del benessere nei luoghi di lavoro, quindi non solamente di attestarci in una posizione di presidio degli interventi riparativi conseguenti alla presenza delle forme di disagio psichico. In tal senso la diffusione preso gli stakeholder e le istituzioni nazionali di documenti di buona prassi e di evidenze in un’ottica organizzativa ritengo possa essere una possibile strategia, valida e pienamente percorribile.


5. Nell’ambito del patrimonio scientifico e professionale della psicologia del lavoro, che cosa le sembra destinato a permanere ‘particolarmente appropriato’ per il futuro (framework concettuali, approcci, modelli, metodologie, etc.)? E che cosa invece le sembra realisticamente destinato alla obsolescenza?

Su questa domanda ho difficoltà a rispondere in quanto la mia formazione di psicoterapeuta, le mie successive esperienze aziendali prima richiamate, indicano come alcuni modelli degli scorsi decenni siano concettualmente meno attuali. Ormai sappiamo del riconoscimento del comportamento umano valutato da programmi, della psicoterapia on line, dei robot parzialmente autonomi e collaborativi con i lavoratori. Certamente le vecchie dispute nelle quali sono cresciuto, come ad esempio l’inesistenza della Psicologia come disciplina autonoma, hanno non solo lasciato il passo al presente dove essa è una riconosciuta professione articolata su diversi indirizzi, ma penso che ormai si prepari l’ingresso di nuovi riferimenti legati, nella mia esperienza e in relazione a documenti europei, alla necessaria e complessiva gestione dei rischi ed alla cura del “fattore umano”. Elemento di continuità è mantenere chiara la posizione della Psicologia, che pur confrontandosi e contaminandosi con altre discipline, ha uno specifico ed autonomo ambito di intervento per i singoli, sui gruppi, nelle organizzazioni.


6. Quali indicazioni si sentirebbe eventualmente di dare ad un/a giovane psicologo/a del lavoro che si affacci al mercato del lavoro in questa fase storica così particolare?

Credo che possa essere ancora valido il suggerimento di cercare, quanto possibile, di coniugare l’interesse per alcuni ambiti professionali con le esperienze, non limitandosi ad un solo progetto, a meno che sia una strada ben definita e certamente percorribile. Il futuro e le trasformazioni sono davanti a loro ed è un bene che si sperimentino con le nuove tecnologie e nelle aree emergenti, come molti di noi che anni addietro son partiti dal territorio della psicoterapia per approdare su altri lidi al tempo ancora poco esplorati.


7. Ci sono ulteriori considerazioni a suo avviso particolarmente rilevanti che ritiene utile richiamare, che finora non ha avuto modo di richiamare in relazione alle domande-stimolo precedenti?

Vorrei sottolineare, per concludere, due punti che, se pur al momento meno conosciuti, sono di grande rilevanza per il futuro professionale dei colleghi.

In primo luogo penso a tutto un ambito che riguarda la valutazione psicologica per l’idoneità a specifici compiti e condizioni, da non assimilare con la visita psichiatrica o alla selezione del personale, in quanto se ne differenzia per obiettivi e criteri applicativi. Questa tipologia di valutazione già in essere, ad esempio, per le attività di sicurezza (safety) aerea e ferroviaria, per i vigili del fuoco, acquisirà, insieme alla valutazione individuale, in collaborazione con i medici competenti per la salute sul lavoro, sempre più importanza proprio a causa delle trasformazioni scientifiche, economiche, sociali ed organizzative in corso. Per fare un esempio attuale pensiamo come la presenza di un costante e maggiore distanziamento interpersonale, congiuntamente al lavoro da remoto, protratti nel tempo, verosimilmente acuiranno la diminuzione dei rapporti diretti tra colleghi e con i responsabili. Vi sarà quindi ancor più la necessità di verifiche approfondite e costanti dello stato psicologico dei soggetti, per adibirli a quei compiti che comportano dei rischi per la collettività o nella mansione specifica.

Inoltre credo opportuno sottolineare la necessità di mantenere alta l’attenzione sulle modifiche normative che, sotto forma di Direttive e Regolamenti, provengono dalle istituzioni europee. Infatti molto del nostro lavoro già è definito, in modo spesso positivo, da quanto deciso nelle sedi sovranazionali. Quindi un rafforzamento in Europa della nostra presenza professionale nelle sedi decisionali e attraverso l’EFPA appare, conoscendo la rilevanza degli argomenti in discussione, assolutamente utile.