PERSONE, LAVORO E ORGANIZZAZIONI AL TEMPO DEL COVID-19 E OLTRE

IL CONTRIBUTO SPECIFICO DELLA PSICOLOGIA DEL LAVORO – CICLO DI INTERVISTE

In una fase storica particolarmente critica come quella attuale, ci è sembrato cruciale mantenere vivi e ‘del livello necessario’ il confronto e la discussione tra le diverse esperienze e visioni (del presente e del futuro) degli psicologi del lavoro che quotidianamente, sul campo, si trovano a dover affrontare una situazione inedita, incerta, indecifrabile, ‘impensabile’.

Abbiamo deciso di farlo parlandone tra noi, anche per comunicare all’esterno, con coloro che si trovano a dover affrontare lo stesso tipo di situazione ma a partire da una prospettiva, disciplinare e professionale, di tipo diverso (operatori sanitari ad esempio; oppure esperti di tecnologie; amministratori pubblici; economisti; statistici; etc).

La modalità con la quale abbiamo deciso di affrontare questo nuovo compito è quella di offrire a questa discussione e questo confronto il contributo del vissuto e della valutazione di alcuni colleghi psicologi del lavoro, collocati in posizioni professionali diverse e che hanno maturato esperienze diverse: nelle aziende, nella pubblica amministrazione, nelle società di consulenza, nelle agenzie di formazione, nell’università, negli istituti di ricerca.

Ritenendo di fare cosa utile (e coerente con il decalogo delle parole chiave con il quale abbiamo cercato di esprimere in modo un poco ‘divergente’ la mission della SIPLO) mettendo poi a disposizione di tutti sul sito dell’associazione il testo di queste interviste.

Ringraziamo particolarmente i nostri colleghi per la disponibilità che ci hanno manifestato, ed auspichiamo che il loro contributo possa generare nuovi interventi che saremo lieti di ospitare sul sito, ma anche e soprattutto nuovi pensieri e nuove azioni, per adesso e per il dopo.

La redazione SIPLO


Intervista 5 – Michela Cortini (Prof. ordinario di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni, Università G. d’Annunzio di Chieti-Pescara)

LA SINDROME DELLA CAPANNA… SENZA STELLA COMETA.

Quando l’amico Pier Giovanni mi ha chiesto una riflessione su emergenza COVID e lavoro, ho di getto risposto sì, affrontando poi una certa resistenza a mettermi al lavoro per scrivere, concretamente, questo breve pezzo. Certo le emozioni intorno al COVID non mancano, così come non mancano le tante riflessioni… Peraltro, caso mai mancassero, ci pensano i mass media a fornircene, di facili e preconfezionate, in una mole che trabocca la misura, la nostra povera misura contenitiva;   siamo costantemente bombardati da tonnellate di notizie intorno al COVID da sfidare la nostra capacità di processamento delle informazioni e, soprattutto, la nostra capacità di reggere l’urto di tanta negatività (i contagiati, i morti, i cassaintegrati, i nuovi contagi,…tutti in cifre catastrofiche). E dunque, forse sì, di fronte al COVID cerchiamo di difenderci, di difenderci dal virus, di difenderci dalla pervasività che ha assunto nei confronti delle nostre vite, a volte facendo proprio finta che non ci sia, e adottando delle preoccupanti strategie di evitamento… e sicuramente in prima persona temo di aver fatto altrettanto, rimandando questa intervista, che arriva, dunque ora, in un momento in cui, a giudicare dalle spiagge di Montesilvano dove vivo, l’emergenza sembra passata, nonostante, a detta dei media, rimanga lì, in sottofondo, pronta a riesplodere drammaticamente fra poche settimane o mesi…

Cosa può dire (e fare) la psicologia del lavoro di fronte all’emergenza COVID? Come indegna rappresentante di una intera categoria, la domanda che non vorrei eludere è una sola: in che senso, e a cosa, ci provoca l’emergenza COVID?

Il COVID ha dimostrato di essere un bel problema. “Problema” ha una radice etimologica affascinante: pro ballein, qualcosa che ti sta di fronte, che intralcia il tuo cammino, ti impedisce di andare oltre, come un enorme tronco che ti barrica il percorso e con cui non puoi non fare i conti. Sì, il COVID ha rappresentato e rappresenta un enorme tronco che ci impedisce il passaggio ma che, al contempo ci stimola ed interroga; come dicevano gli antichi greci, infatti, in ogni crisi si nasconde un portato di cambiamento ed opportunità.  E vorrei in questa sede vedere l’emergenza COVID sotto questo duplice aspetto, dei limiti e delle opportunità.

Sui limiti che l’emergenza COVID ci ha imposto si rischia di essere addirittura banali: ci ha costretti al lockdown, confinandoci dentro le 4 mura domestiche dalle quali siamo usciti da poco, con la paura di ritornarci, in realtà, presto. Il lavoro è diventando smart working e la scuola è diventata teledidattica, costringendo le famiglie Italiane (e non solo) a chiudersi in sé, ad innalzare le mura e a socializzare con l’esterno solo a distanza, cavalcando le nuove tecnologie che, laddove sconosciute, sono ben presto divenute alleate fondamentali. Skype call, riunione Zoom, teledidattica Meet, sono diventate le parole chiave di una quarantena che ci ha fatto vivere freneticamente online, con ritmi tutt’altro che rallentati. Ed ora che ne siamo, per il momento ed in parte, usciti, che ne è del rapporto con noi stessi, con il lavoro, con la nostra famiglia e con il mondo intero?

In molti hanno fatto riferimento alla sindrome della capanna, che mutila il ritorno alla normalità, confinandoci dentro al guscio di casa dove ci sentiamo protetti e al riparo dal rischio COVID e, probabilmente, anche da tanti altri rischi. Certo è protezione realizzata sulla chiusura: si chiude la porta di casa, si chiude la porta della camera, ci si rifugia sotto le coperte….chiusura sempre più stringente, chiusura sempre più chiusa. Probabilmente, però, una mandata in più alla serratura delle porte, simboliche e non solo fisiche, è stata data da chi ben prima del COVID si difendeva in chiusura. La capanna come casa chiusa è il simbolo di una difesa psicologica pesantemente disfunzionale. Le case hanno porte e finestre da cui far circolare aria e da cui entrare ed uscire. Una casa chiusa non è una casa, è piuttosto una bara, quandanche enorme, magari una meravigliosa catacomba…. Su questo primo aspetto credo valga la pena soffermarsi. Una capanna, infatti, dovrebbe essere tutt’altro che una catacomba. Nella nostra cultura, e non è un caso, la capanna non può non rimandare immediatamente alla capanna di Betlemme. È la prima capanna, in assoluto, di cui abbiamo sentito parlare; una lunga tradizione. E Betlemme, nella sua semplicità ed umiltà, è una povera dimora dove brilla una stella cometa ad indicare il Creatore fatto uomo. La stella cometa diventa la calamita con cui attrarre tutti; una dimora aperta a tutti, non chiusa, dove chiunque porta chi è e/o quello che fa. Una capanna open air, dove arrivano omaggi di ogni tipo, frutta esotica, manufatti, prodotti caseari portati dai pastori, oro, incenso e mirra portati dai Re Magi, i saggi che incarnano la diversità. Dunque una capanna simbolo della possibilità dell’unione di diversi, di diverse storie, di diversi colori…. La sindrome della capanna, viceversa, ci racconta di una patologia monocromatica, con cui domus e lavoro collassano e si chiudono in una unica realtà dove spesse porte blindate chiudono l’altro al di fuori. Lo smart working a cui il COVID ci ha abituato ha eliminato questa fonte di diversità che il posto di lavoro rappresenta, facendo leva sulla nostra paura. La paura, una emozione di primaria importanza …guai a non provarla… ma guai ad alimentarla consentendole di fagocitarci. Tanto funzionale nell’immediato ma tanto disfunzionale quando pervade e persiste. E purtroppo le nostre case si stanno trasformando in volani di paura e diffidenza. Betlemme chiama a sé, brilla e attira, sfonda le porte; le nostre case tengono a rigorosa distanza,  serrano. Perché non si sa mai, non ci si può fidare.

E credo che la fiducia sia proprio l’antidoto alla sindrome della capanna e forse la parola chiave con cui poter immaginare una ripresa. Ci vuole fiducia; altrimenti chi si vaccinerà? Ci vuole fiducia, altrimenti chi tornerà a riaprire le proprie porte?

La fiducia è il contrario della paura e dell’ansia; se mi fido, non mi lascio sopraffare da paure e ansie. Ma siamo ormai abituati ad avere fiducia solo quando è tutto sotto controllo, quando la meta è chiara, quando non c’è nebbia, quando non c’è nessuna galleria buia da attraversare…quando la fiducia, in altre parole, diventa inutile e superflua. La fiducia, l’atto di fede, comporta, per definizione, il non riuscire a scorgere tutto, il non avere sotto controllo tutto. Ma la razionalità e, consentitemi di aggiungere, la tecnocrazia di cui ci nutriamo ci ha illuso che sia tutto prevedibile e gestibile e forse è proprio per questo che il COVID ci ha messo in ginocchio, dimostrando che non è mai possibile avere tutto sotto controllo. Il controllo totale è sempre un’illusione. Allora quello che il COVID ci può insegnare è andare fino in fondo, guardare in faccia le nostre paure e i nostri limiti perché è solo cercando una risposta adeguata alla domanda sul significato del lavoro e, più in generale sul significato della vita, che riusciamo a sostenere questa battaglia. Questa è la provocazione che vorrei trattenere, in primis per me, dell’emergenza COVID.